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La “post-filosofia” che odia la libertà: un nuovo episodio del “suicidio della modernità”

C’è una sola lezione da imparare, nella vita. Una sola:

è tua la responsabilità. Stop. Ma ciò è così pacifico?

 

Negli ultimi anni, si sta diffondendo un pre-giudizio, una sorta di ossessione anti-responsabilità. Per meglio dire, il libero arbitrio, la free will, la libera volontà di autodeterminarsi e decidere in vista di uno scopo, sembra essere diventata una chimera, un’utopia o – come sono soliti dire soprattutto i neuro scienziati, i sacerdoti di questo nuovo culto – addirittura un’illusione.

Dopo millenni di conquiste filosofiche e di lotta per il significato della vita umana, siamo così giunti all’approdo più miserevole per l’uomo: egli non è libero e non potrà mai esserlo.

Ma è davvero così? Le cose stanno realmente così? Al fondamentalismo della Libertà come mantra assoluto dell’Ego, siamo oggi giunti al determinismo più violento e sistematicamente applicato alla vita umana: è tutto-a-posto-così?

La libertà è una chimera?

Con un motto di spirito, potremmo replicare: tutto a posto e niente in ordine. La soluzione iper-deterministica – scordati la libertà, uomo! – non mi convince e per una serie di solidamente fondate ragioni.

Punto di vista teologico

  1. Se prendiamo la cosa da punto di vista teologico, allora abbiamo già un punto a favore. Nel Libro della Genesi, infatti, Adamo ed Eva compiono il peccato originale proprio perché liberi. E, ancora più significativamente, liberi in quanto creature, dunque non si tratta di una libertà assoluta, nel senso etimologico del termine, ab-soluta, sciolta da ogni vincolo. Il vincolo è la relazione con Dio Creatore e Padre. Quindi, sul piano teologico, la libertà ha un peso, eccome. Anche Kant prese seriamente questa dinamica della libertà umana tant’è vero che, scrivendo in materia di “male radicale”, affermò che esso potesse darsi in forza della libertà.

La libertà è un abisso

Dunque, la libertà è un abisso (a-bisso = senza-fondo, abissale indica la possibilità di superare l’accezione “regolare” del “fondo” di un’esperienza, è l’andare al di là). Come il cuore dell’uomo, del resto, secondo il Salmista: “Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso” (Salmo 63,7).

“Baratro” è un’altra parola molto pregnante: dal greco bar-athron, dalla stessa radice di bor-os, “mangiatore”: la coppia concettuale abisso-baratro implica proprio la potenzialità estrema della libertà umana, già nettamente stagliata nell’antichità: la scelta umana può scagliare l’uomo nell’abisso e farlo divorare dalle stesse conseguenze delle sue azioni.

Libertà come piacere di fare, creare, vivere

  1. La libertà non è un assoluto senza fondamento. L’aggettivo “libero” rimanda al piacere di fare, operare, creare e vivere. Ma non c’è vita senza qualcosa che viene prima. Noi viviamo in uno spazio vitale già dato, quando nasciamo ci apriamo ad esso e lo invadiamo, da parte nostra, per così dire: esso c’è prima e ci accoglie.

Noi, dunque, siamo liberi in questo spazio, che possiamo anche trascendere, certo, ma non prima di averlo abitato (la libertà è uno spazio da abitare, dunque? Una domanda sulla quale riflettere seriamente).

Spazio vitale

Lo spazio vitale è dato prima e perfino pre-compreso da altri, prima di me, dunque la mia libertà attraversa reticoli e dimensioni di senso, linguaggi, saperi, pratiche, regole, leggi, condizioni e condizionamenti: non è un’astrazione come i “caciocavalli appesi”, di cui diceva, con fine ironia, Benedetto Croce. La realtà pesa, è materica e materiale, oggettiva e dà a pensare, sempre.

La fatica della libertà

Essa dà anche seri motivi per faticare, e non poco, nell’infinita fatica di essere uomini. E’ la “fatica del concetto” di hegeliana memoria. Ma, sia come sia, essa, la libertà, c’è, si dà, esplode e si staglia sopra i condizionamenti reali e oggettivi, eccome. Anzi, di più: essa può perfino concepirsi come “coscienza della necessità” (Hegel).

La Necessità

Abbracciare ciò che è necessario, ciò che devo afferrare, l’Ananke dei tragici e dei filosofi greci, la Necessità, è ciò che mi rende libero. La figura del Saggio si forma a contatto con questa necessità, secondo la grande lezione di Seneca. Ma si tratta sempre di libertà: in lotta, a ridosso della dura oggettività dei fatti, in battaglia, ma pur sempre…libertà. Libertà “liberanda”, che accetta il compito e la missione di liberarsi, dunque, ma in vista del diventare libertà – appunto – “liberata”.

Vincolati dall’ambiente

  1. Non è forse vero, d’altra parte, che tutti noi ci sentiamo vincolati, bloccati, vincolati dall’ambiente e dalle circostanze, ma in forza di ciò riusciamo a trarre da siffatti vincoli robuste possibilità? C’è qui un legame cibernetico e dunque circolare – input/output, in un loop, che non può che essere creativo – tra vincolo e possibilità.

 

Per approfondire questo aspetto, andrebbero riletti con attenzione gli scritti di Edgar Morin sul metodo, pubblicati negli anni ’80. La libertà di agire e di autodeterminarsi è sempre a prova di esperimento, sottoposto a tentativi ed errori, inevitabilmente sotto schiaffo dei vincoli sistemici, ma non per questo destinata a diventare un mero pendant di questi ultimi.

Theory of Constraints – La Teoria dei Vincoli

Un filosofo del management, Eliyahu M. Goldratt, teorizzando la sua Theory of Constraints, ha messo a fuoco questa dimensione dell’agire umano nei sistemi organizzativi e produttivi (l’opera in questione è The Goal, 1984).

 

Iper-determinismo dei neuro scienziati

  1. Last but not least, l’iper-determinismo della setta dei neuro scienziati anti-libero arbitrio ammazza letteralmente la sapienza del vivere, nel senso squisitamente originario, uccide quel sàpere, che vuol dire gustare, la vita, il vivere giorno dopo giorno, l’avventura. Fra gli uomini e i topi la differenza, allora, si fa minima.

 

Un pensiero che riduce l’essere umano a un ammasso di cellule e funzioni cerebrali, neurotrasmettitori e reazioni all’ambiente, è soltanto il sintomo di un malessere della “post-filosofia” contemporanea.

Il suicidio della modernità

La quale, dopo aver conciato per le feste la grande e imprescindibile, piaccia o meno, metafisica, diventando “post-metafisica”, ora vuole giungere alla “soluzione finale”: il suicidio. Che è, poi, parte del suicidio della modernità. Una “soluzione” di questo tipo reca con sé inevitabilmente l’azzeramento della sapienza, dello stupore e della meraviglia, la scintilla originaria della filosofia, secondo Aristotele, e infine la possibilità di educare l’uomo a diventare realmente tale (l’educazione integrale, il fulcro di ogni crescita personale).

 

 

 

Questo articolo ha 5 commenti.

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