Praticamente Pensando - Filosofia in azione
Le strategie filosofiche che ti insegnano a pensare,
agire e a disegnare la vita che desideri

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La filosofia come principio-speranza: oltre l’ottimismo

Il pensiero è azione: il fondamento della vita

“Vivi nel tuo sangue e cresci come l’erba del campo”.
(Ezechiele, 16,6)

 

Parliamo della speranza. Ma, prima di iniziare, una premessa fondamentale.

Ogni volta che pensiamo, procediamo – di fatto – innanzi. E’ un fatto. Ogni pensiero muove innanzi e, anzi, non c’è pensiero senza questo processo. Il più grave equivoco intorno alla filosofia è proprio immaginare un dinamismo del pensiero alla ricerca di un “centro di gravità permanente”, ma incapace, in fondo, di cavar fuori il meglio dai processi, dai movimenti interiori ed esteriori del vivere quotidiano. Non è così.

Ogni uomo è filosofo. E lo è perché non c’è uomo che possa sfuggire alla necessità, spesso imperiosa, di pensare. Di fronte alla vita, che ogni giorno conduciamo, tra ordine (provvisorio) e caos (insorgente), noi siamo attori e soggetti responsabili del pensiero che su di essa esercitiamo: pensare è agire.

La parola che conduce il pensiero attraverso la fitta rete di convergenze e divergenze del reale è in se stessa azione: Le parole sono azioni, annotava Ludwig Wittgenstein in un prezioso quaderno fitto di note e pensieri.

Una verità ogni volta richiamata dall’esperienza: Il pensiero è l’antenato dell’azione, secondo un leggendario filosofo americano del XIX° sec. Ralph Waldo Emerson. Ma esso può essere all’origine dell’azione, come un antenato è all’origine della nostra esistenza storica, proprio perché si dà e si rivela come azione.

 

Il test della vita si chiama principio-speranza

La vita è una fucina di prove e un continuo test che mette alla prova la speranza umana. La più profonda speculazione filosofica e teologica non mette mai a tema il cosiddetto “pensiero positivo” e neanche l’ “ottimismo” (neppure quello “appreso”, secondo la psicologia positiva di Martin Seligman).

Il cuore della questione della vita è sempre la speranza. E la speranza non ci fa sconti. Senza un retto e solido pensiero intorno alla vita e alla trama di significati che la sostiene, non c’è partita, ricadiamo inevitabilmente nella disperazione. Il “principio-speranza” non è una merce facile da comprare, a differenza dell’ottimismo.

L’ottimismo, “il sale della vita”, come recita un famoso spot, si attacca alla rete delle aspettative e non molla la presa. Piccolo particolare: questo tracciato definisce una serie di dettagli, ossia “cosa mi può andare bene”, “come questo fattore x non sarà sempre un problema”, etc. (il percorso di Seligman), ma mi pianta lì, non mi lancia in avanti, non ri-orienta il mio sguardo. Invece, la vita è proprio un cammino dello sguardo.

La filosofia, infatti, preferendo la speranza all’ottimismo, nasce dallo stupore, anzi dall’essere-stupiti, dalla meraviglia che ci impatta perfino brutalmente, e ci sposta di peso dalle nostre convenzioni e dai nostri “bias”, pregiudizi cognitivi e intellettuali. Così inizia la Metafisica di Aristotele, la grande “cucina” teoretica della filosofia occidentale.

L’ottimismo, naturale o appreso, sembra dinamico, ma invece è statico, fissa e irrigidisce pensieri e sentimenti attorno a una “cosa” che è la vita. Essa merita di andare meglio e, dunque, dobbiamo farla andare meglio, introducendo strategie, motivi dominanti, cornici adeguate a re-incorniciare il “peggio” e “ciò che non va”, ma tutto questo irrigidisce e lascia sul posto.

L’ottimismo insegue un mito novecentesco: la tecnica mi salverà. La tecnica del “pensiero positivo”, l’adozione di strategie perfettamente equilibrate, la misura algoritmica dei pensieri. Ma il pensiero è come l’oceano, non lo puoi fermare, non lo puoi recintare, come cantava Lucio Dalla: e allora, come la mettiamo? Saliamo sulla giostra delle sensazioni, prodotte dai pensieri, per cavalcare l’onda delle aspettative, e ogni volta così? Non funziona.

Ciò che funziona efficacemente è la solida speranza, il principio-speranza, che orienta in modo nuovo e flessibile la vita, nell’istante, qui e ora, e muove verso l’oltre, va al di là, passo dopo passo. E fa ciò al di là dello stato d’animo, dei pre-giudizi “positivi” e/o “negativi”, al di là della sterile saggezza dei benpensanti, per cui “tutto va bene, madama la marchesa”: chi spera, pensa, agisce, cammina seguendo la sua stella. Testando, verificando (=facendo-vero, nel presente) tutto, scatenando tempeste intellettuali e ormonali per attraversare il deserto che lo circonda.

Un deserto che rimane seccamente deserto e che lo affligge, ma che non lo domina. La speranza crea giganti, l’ottimismo fabbrica l’homo ridens, carico di buon umore un tanto al chilo, ma senza fondamenti. Né intellettuali, né – tantomeno – spirituali.

 

L’ottimismo è un frutto del nichilismo: non funziona

L’ottimismo, naturale o appreso, fine a se stesso, è un frutto della decadenza nichilistica; la speranza è il fiore selvaggio sbocciato nel giardino millenario della civiltà, occidentale in ispecie.

Da San Paolo a Viktor Frankl, lo psicologo che ha sputato sangue in quattro lager nazisti, infine fondatore della Logoterapia, il meglio del pensiero occidentale è segnato dalla dirompente presenza della speranza: spero, ergo sum.

Chi spera, pensa i processi reali della realtà, segue gli sviluppi della realtà, senza intrupparsi in facili esercizi consolatori, acuisce lo sguardo per vedere oltre, stana i pregiudizi soffocanti e innalza la sua qualità intellettuale e spirituale: si chiama etica della responsabilità (Max Weber).

Il futuro nasce dal futuro: la speranza funziona

Osserva Viktor Frankl, nel suo libro Uno psicologo nel lager (Ares, Milano, 2007):

“L’uomo ha invero un carattere peculiare: può esistere solo nella visuale del futuro; dunque, in un certo senso, sub specie aeternitatis” (p. 125).

Frankl si trovava ogni giorno a contatto con la miseria del vivere, nella peggiore delle condizioni possibili e perfino immaginabili. Non è solo la perdita della libertà, si tratta del sentirsi morire, dilaniato dalla violenza delle guardie naziste e della disperazione sempre a un passo dalla carne mortale.

Qui non c’è spazio per l’ottimismo e il pensiero positivo, qui ti salvi solo se nutri, coltivi e alimenti la speranza. Esercizio non facile e anzi in assoluto il più difficile, che rischia di farti diventar matto, ma che non puoi evitare, se vuoi salvare la pelle e l’anima.

La “visione” di Viktor Frankl nel lager: un metodo

Lo psicologo viennese visualizzava uno scenario irreale (ma non surreale), appositamente studiato per innalzarlo “al di sopra della situazione, al di sopra del presente e del suo dolore” (p. 126):

“Improvvisamente mi vedo in una sala per conferenze: ben illuminata, bella, calda; sono sul podio. Davanti a me, un pubblico interessato e attento, in comode poltrone – e parlo. Parlo e tengo una conferenza sulla psicologia del campo di concentramento! E tutto ciò che mi tormenta e m’opprime, risulta obiettivatovisto descritto da un superiore punto di vista scientifico” (p. 126).

Guadagnare un superiore punto di vista sulla realtà produce la nuova “scienza” dell’anima e, in un certo senso, la nuova “scienza della speranza”: la realtà che mi tormenta è ora una res, una cosa, oggettivata, non è più una lama acuminata che mi strappa le viscere, è così vista e descritta, neutralizzata nel suo potenziale velenoso e mortifero: Io speroDunque, sono!

 

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