Le risposte aprono nuove domande, si chiama filosofia

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Un altro cliché da confutare

 

Le risposte non aiutano a pensare. Lo schema sciatto, stereotipato e banale è ormai un classico del “pensiero senza fondamenti”. Ovvero, del non-pensiero.

In questo scenario culturale – che abbraccia non tanto o soltanto la filosofia cosiddetta “accademica”, ma il sentire comune, da più di mezzo secolo a questa parte -, esistono soltanto domande e interrogazioni senza fine, logoranti e tignose interpretazioni, ma nessuna risposta.

Anzi, la risposta è, in qualche modo, “il male”. Paradossalmente, questa moda culturale, che vede in una riduttiva interpretazione della filosofia di Nietzsche il suo momento originario, si rovescia in un assunto fideistico: è così e non può che essere così.

Insomma, quanto di meno filosofico, teoretico e intelligente ci possa essere.

 

La costante ricerca dei significati

In realtà, gli uomini vivono costantemente alla ricerca di significati. Tradotto: di risposte fondamentali.

La stessa parola “significato” indica proprio un orientamento, un fare-segno di qualcosa, rendere qualcosa segno tangibile di qualcos’altro: la vita nella sua pienezza è forse inaccessibile, ma il suo significato può essere colto e vissuto. La vita è un significante che aspira ad avere un significato. La stessa filosofia è, come ha mostrato un acuto filosofo italiano, Armando Rigobellolotta per il significato. Da sempre.

Le parole della filosofia, infine, non hanno soltanto un corpo, ma sono un corpo, perché, nel suono, nella voce che le dice e richiama, vibra il significato implicato e messo in gioco.

Il filosofo spagnolo Ortega y Gasset ha contribuito alla definizione del problema mettendo in luce che gli uomini nascono e vivono situaticollocati in uno spazio sociale, culturale e antropologico, il quale li sostiene attraverso delle risposte puntuali. Risposte che possono e, anzi, devono essere messe in discussione – e qui scatta la molla del sano pensiero critico -, ma non partendo da una tabula rasa: l’uomo non crea dal nulla, né può distruggere tutto, riducendo l’essere a nulla, con un colpo di mano o una smorfia intellettualistica.

 

Il pensiero: ontologia & attitudine generativa

Il solido pensiero si fonda su questa visione ontologica originaria: l’essere è, c’è e si dà, facendo emergere sfumature e coloriture complesse, in modo che gli uomini possano muoversi nel reale con un’attitudine generativa.

Ogni volta che si è persa per strada questa posizione, si è giunti a un doppio binario morto: o il nichilismo (l’essere non abita i significati vitali) o il volontarismo (voglio essere tutto ciò che, a mio parere, posso essere). In entrambi i casi, il caro estinto è sempre il pensiero.

L’ attitudine generativa, al contrario, scalza di peso ogni ritrosia intellettualistica, ideologica e fideistica, fino a rendere la vita un’autentica, appassionata e drammatica – perché no? – lotta per il significato. Fatta fuori questa percezione, tanto drammatica quanto creativa dell’esistenza, davvero tutto il resto è noia, per citare il filosofo plebeo Califano, in arte “Er Califfo”.

 

Ma l’intera questione del circolo virtuoso domande-risposte.nuove domande era chiaro fin dalla prima, eroica, fase del pensiero occidentale: Platone fonda la dialettica, avendo avuto come maestro Socrate, che ha fatto della domanda-risposta-nuova domanda il motore della sua metodologia e perfino della sua etica; Aristotele sistematizza ciò nella sua Metafisica, che nasce dalla meraviglia e si struttura attraverso un viaggio attraverso la definizione logica dei problemi, delle domande e delle risposte; lo Stoicismo insinua nel percorso filosofico un accento perfino “moderno”, sollecitando le domande e rispondendo attraverso veri e propri principi di vita (la lettura di Giovanni Reale di Seneca e della sua “terapia dell’anima” affronta proprio questo punto)…e potremmo continuare fino a Husserl, la fenomenologia e l’ermeneutica (Gadamer e il “circolo ermeneutico”).

 

Il senso è più della vita

Il pensiero nasce da pre-supposti e si espande attraverso la messa in questione dei medesimi fino ad articolare nuove e più raffinate domande: questo è il potere, che potremmo definire “critico”, del pensiero.

Esso non poggia sulle palafitte della tabula rasa, in un’orgia di domande che si avvitano su se stesse, ma si fonda sulla roccia della realtà già data, col suo portato di coscienza collettiva, mai resa un feticcio da idolatrare, ma neanche assaltata con la violenza sterile e nichilistica di un “assalto al cielo” rivoluzionario. Il metodo, innanzitutto.

E il retto pensiero abbraccia sempre un fecondo metodo. Tutto questo si chiama filosofia. Il suo motto è: la vita in sé non ha senso, perché il senso è più della vita.

18 Commenti

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