Perché il management non è ciò che pensi

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                         Lo chiamano “management”

 

Uno pensa al management e immediatamente gli balza alla mente, come la tigre all’assalto della preda, nella jungla, al “manager realizzatore” (Alberto Galgano). Oppure, minima variazione sul tema, al “lean management”, fondato sui processi e sulle interazioni tra gli attori in gioco nella produzione e distribuzione dei prodotti. In realtà, il management non ha niente a che vedere con tutto ciò.

In primo luogo, non dobbiamo chiederci “cosa” sia il “management”, ma “chi” sia il “manager”. Perché il paradigma fondativo dell’economia politica nasce da due fonti, una è l’economia civile italiana – XI-XIII sec. -, e l’altra, che oscura la prima, ma in realtà viene dopo, è la filosofia morale, sociale ed economica di Adam Smith, a partire dalla Theory of Moral Sentiments (Teoria dei Sentimenti Morali, 1759), per sfociare infine nella celebre opera, The Wealth of Nations (La Ricchezza delle Nazioni, 1776, anno della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, a Philadelphia: non si tratta né di un caso, né di una coincidenza).

La prima fonte – l’economia civile italiana – mette in luce il rilievo non solo personale, ma anche comunitario e quindi civile, dell’economia, della produzione e della finanziarizzazione, già articolata e ben costruita, dell’economia stessa. Un dato diventa di importanza strategica: l’idea che a guidare le sorti di una comunità debba esserci una guida saggia, in grado di dialogare, e “maneggiare” molti strumenti, non ultimo la parola. E “maneggiare” è la traduzione, un pò all’ingrosso, ma non errata, del verbo inglese “to manage”.

              Le origini, rimosse (e italiane), del management

Ma non basta. Perché, in realtà, se consultiamo un serio dizionario etimologico della lingua inglese scopriamo che il verbo “to manage” deriva da un’espressione del gergo colloquiale italiano della metà del XVI sec. – piena età rinascimentale, l’economia civile aveva già fatto passi da gigante sotto le più importanti Signorie italiane -, che rimanda al “mettere il cavallo al passo in direzione del maneggio (manège), quindi nella stalla: tutto deriva, in fondo, dal verbo italiano “maneggiare”, dal sostantivo latino manus (mano; hand, in inglese).

Il management, dunque, nasce a casa nostra, nell’alveo dell’economia civile tutelata dai Principati e dalle Signorie del Rinascimento, all’indomani della grande riflessione antropologica e sociale di Machiavelli: nasce, cioè, tra la lex mercatoria (il mercato con le sue regole) e la corte (là dove cavalli di tutte le razze, da condurre nel maneggio, potevano contare su molti “managers”, a ciò addestrati).

Ho approfondito questo aspetto delle origini, rimosse, del management in un ebook.

L’opera di Adam Smith e tutto quel che, da essa, scaturirà, tra il XVIII e il XX sec., non toglie un’oncia di peso specifico alle reali origini del management.

 

                     Perché sapere tutto ciò fa la differenza

 

Sapere tutto ciò sposta, e non poco, la prospettiva sul management.

 

  • Infatti, questa lettura storico-genealogica del management ci aiuta a capire che il manager non è un soggetto che organizza, realizza e coordina, innanzitutto, ma che “mette le mani in pasta”, nel senso che Adriano Olivetti ha testimoniato e documentato. Molti hanno messo in luce l’azione rivoluzionaria, in un certo senso, di Olivetti, la sua visione comunitaria dell’azienda, il rapporto con gli operai, l’enfasi quasi ossessiva sulla qualità dei prodotti, ma meno sottolineato è stato un aspetto essenziale e metodologico dell’ingegnere-filosofo: il management è una visione non solo strutturale, ingegneristica e funzionalistico-tecnica (che deve “funzionare”, in altri termini), ma anche, e direi soprattutto filosofica. Nel senso pieno e concreto del termine: il “to manage” passa dal “condurre i cavalli al maneggio” al “manipolare” le categorie del pensiero e dell’economia, al fine di creare un assetto materiale-produttivo e un assetto immateriale e culturale ancora più efficace della tèchne managerialistica. Una metodologia che, nella mia lettura, ha non pochi tratti in comune con quella di Elon Musk.

 

  • Per dirla con lo scrittore francese Péguy: ogni problema materiale è, in realtà, un problema di mistica. Ossia, un problema di significati. L’azione è tanto più efficace quanto più è situata e orientata da significati vitali. Perché l’economia, da Aristotele (che parlava di “crematistica”), fino a Steve Jobs (che parlava di “visioni”), è sostenuta dalla capacità di pensare, creare, innovare e “maneggiare” la realtà, orientandone lo sviluppo verso scopi sempre più elevati.

 

  • Qualcuno, dunque, ha ancora il coraggio di affermare che la filosofia non “serva” a niente? Il “caso” del management dice l’esatto contrario, anzi di più: a ben vedere, la filosofia è servita e serve fin troppo. C’è perfino un eccesso, una dis-misura della filosofia rispetto a tutto ciò che il mondo, di ieri e di oggi, ha sempre rappresentato. Non si muove foglia, in sostanza, che filosofia non voglia.

 

         Perché non saperlo fa la differenza (in negativo)

 

Quando lavoravo come consulente e giornalista a Roma, anni fa, lungi dal coltivare complessi di inferiorità nei confronti dei “tecnici” che “funzionano”, mi muovevo seguendo un orientamento filosofico e quindi strategico. Distinguendo, con ciò, fra l’ orientamento attivo verso il mondo – la filosofia come “agire efficacemente sulla vita degli uomini” (Hegel) – e il “pragmaticismo”, l’approccio preferito dei “praticoni”. I “praticoni”, infatti, non mancano mai di mettere in dubbio l’esistenza degli alberi, trascurando che questi ultimi vivono in un contesto più ampio che si chiama “foresta”. Così, quando cade un albero, danno alle fiamme la foresta, rea di aver ospitato i pericolosi “alberi”.

 

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