Praticamente Pensando - Filosofia in azione

Il pensiero è la prima leva strategica della vita. Noi la chiamiamo “filosofia”. E tu puoi prenderla così: è la strategia che ti insegna a pensare, ti aiuta ad agire e a disegnare la vita che desideri. 

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Le radici (metafisiche) del mare: su un libro di Leonardo Guzzo

“Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne”. Emmanuel Mounier

“Eravamo forti, avevamo una forza spaventosa” (Le radici del mare)

Sulla metafisica di Leonardo Guzzo

Questa non è una recensione. Non so scrivere recensioni. Ma non è questa la ragione essenziale, il punto è che la natura del libro di Leonardo Guzzo, Le radici del mare, impone altro. Il metodo è imposto dall’ oggetto. La res in gioco e costantemente “lavorata” da Guzzo ha un nome: si chiama metafisica.

Io non posso, dunque, recensire ciò che osa dirsi metafisica – dirò di che razza di metafisica stia parlando -, poiché la metafisica è un “padiglione” calato dall’alto ed impigliato nel pinnacolo più aspro del mondo, si può solo attraversare.
Attraversare questo “padiglione” del mondo equivale a nominare la cosa in questione: trattasi di una metafisica dell’esperienza. E di ciò devo, sono costretto, così, a trattare.

Leonardo Guzzo ha scritto un libro metafisico.

Come un dispositivo che sfrutta la carica dell’io, per poi farlo recedere pesantemente a fronte del caos primordiale pulsante nella vita, al pari del sangue che sgorga, strappata la carne, dal corpo, la narrazione che si impossessa di queste pagine esorbita dalla soggettività.

Qui i personaggi invadono il campo, per essere sconfitti dall’assalto della verità che, promanante dall’esperienza, non intende venir meno al suo originario compito di guastafeste metafisico. Ecco tutto, afferrato questo, la macchina attoriale incuneata, stretta, nella parola di Guzzo, acquista il profilo del vero che si rivela e, rivelandosi, si cela. L’incalzare di racconti come Le radici del mare, che dona il titolo al libro stesso, e Il vento se ne infischia, documentano la tensione interna ad un movimento di ricerca del vero catalogato, tra empietà degli umani e sacertà del reale, come l’ultima Thule della vita.

Ma il senso, in sé, è più della vita, e uno scrittore di questa pasta, che pensa come un classico, non lascia che il cerchio si chiuda, alla maniera della miseria paraletteraria postmoderna, nei frammenti, mentre domina un Ego scomposto e sbrindellato, al contrario, rilancia radicalmente l’impersonale eterno, e perfino anticamente pagano, del Mare.

Le radici si posano nel Mare, perché solo l’elemento metafisico dell’esperienza vitale può raccogliere in sé le radici che tutto tengono e tutto attraggono, perfino quando l’uomo è in ginocchio. Non c’è smania soggettivistica – che gran colpo! -, non c’è affettazione descrittiva, tutto ruota, come vortice di appunti metafisici sul mondo che è di fronte a noi, e tanto basta, per questo pensiero meridiano dotato di sobrietà insuperabile.

 

Le figure di questa metafisica

Chi sono i pescatori di Cork descritti nel primo racconto? Ombre che attraversano la vita, volteggiando senza nessuna ostentazione di mossa e di genio strategico: “Il miracolo accadde appena smisero di aspettarlo”. “Le cose più importanti, osserva Simone Weil, devono essere attese, non cercate”. E’ un respiro profondo, questo, che attraversa la vita, come Pavese vuol fare, una volta abbracciata la croce della disputa col vero che si fa esperienza viva: non è religione, né religiosità da riacciuffare, per misticheggiare a bella posta, è contatto con l’esperienza.

“E’ tutto vero?”, chiese Jack. “Più vero di noi”. “Siamo qui per questo?”. “Per questo…”: è l’Ananke della grecità mai dimenticata, la Necessità che tutto plasma e la libertà della vita è nell’adesione a questa impersonale realtà. “Più vero di noi”, l’Io non domina, il soggetto è vinto, grazie a Dio e al dio apparentemente minore che abita la polvere di ogni nostra ricerca: di che si tratta, allora?

Lo spiega don Miguel, nel racconto intitolato, quasi a stornar dalla vera trama storica, Lepanto: l’epopea della cristianità che vince, sul mare, nel 1571, la violenza del turco, estraneo all’ordine della vera religio è la meno fortunata delle chiavi di lettura.

Qui cova ben altro, anzi cova il furore barbaro dell’Altro, tant’è che di caratteri psicologici e soggettivi si fatica a tematizzare:
“È difficile dar conto del carattere di don Miguel. Il fatto è che prima dell’incidente sembrava un’altra persona. L’ambizione, la gioia di vivere e l’aspirazione personale all’avventura formavano in lui un miscuglio irrisolto. Dalla prospettiva dell’osservatore, dal suo stato d’animo, dipendeva la possibilità di considerarlo uno sbruffone insopportabile o uno squisito esempio di gaudente. Era carnale, irruento, captava gli impulsi dal mondo e li rovesciava sul suo corpo. Questo almeno gli era rimasto. Di più, s’era esasperato. Fino a trasformarlo in un grumo di forza cieca, una massa incandescente di furore”.

 

Don Miguel, assaggio metafisico

Una formidabile pagina che non cerca il candore descrittivo, ma sposta il baricentro della scrittura sul versante “altro”, sul bordo dell’essere, arrischiando la deriva del soggetto, nella sua figura di attorialità narrativa, ma ne vale la pena: “Un grumo di forza cieca, una massa incandescente di furore”, ecco don Miguel.

La metamorfosi non è subitanea e modellata per straniare e inorridire, come in Kafka, ma è esemplata sulle forze della furia naturale, sul corpo delle onde che battono a sangue la battigia, sul prevalere dell’impersonale che struttura la soggettività come corpo in azione. E’ un dispositivo straniante, non una cornice narrativa rassicurante.

Altro tratto del classico: il furore dell’alterità. Che viva l’oscurità che crea, e lunga vita al dàimon dell’incontrollabile! E’ un humus, questo, non una posa, l’unica onda lunga che non teme la risacca.

Ecco perché l’umiltà di don Miguel non ha niente di peloso o artefatto: “La pena poggiata sul petto, gli errori svelati nelle borse dei suoi occhi”. Il corpo accoglie la fine di un mondo – le “borse dei suoi occhi” – e preconizza l’avvento del nuovo tempo: quale? E’ la domanda circolante in ogni anfratto narrativo di questo testo, che non teme di ricercare la grandezza.

 

La cifra (non stilistica) del paradosso

I personaggi inscritti in questo scenario metafisico sono tutti afflitti da manie paradossali, da quel quid indecifrabile, che non necessariamente è un quid pluris, ma proprio in ciò riposa il genio della lampada che guida il plot.

Don Miguel, ad esempio, non accetta di stare al gioco di società dei suoi carnefici arabi, per qualche motivo religioso, ideologico, politico, umano? No, “a conti fatti, il prigioniero preferì il silenzio”.

Il silenzio, la corazza dell’anima forte, che non dissipa la sua energia a sbavare parole in cerca dell’approvazione sociale: “Stare al banco, con tutto il furore che covava dentro, era il modo migliore per dar prova di sé”.

Quindi, l’affondo metafisico: Vista da vicino, invece, la sua anima somigliava a un caos di forze elementari o un presagio di fine del mondo”. Guzzo cambia passo su questo fronte umano e si ritrova sempre con le carte della metafisica in mano; d’un tratto, così, deve cambiare gioco, perché la metafisica è quel gioco che contiene tutti i giochi, prendere o lasciare.

L’Autore prende, senza solennità, senza scolastica supponenza, ma con caparbia creatività. Egli sembra, ora, il Doppio di don Miguel, e non si fa mancare niente: “Una specie di sanguinosa baldoria”.

Come si vive la cattività? Non diversamente da come si vive la vita: occorre imparare “la virtù delel maree. Passare e lasciarsi attraversare”.

 

Al di là del bene e del male

Così posta la questione della vita, siamo al di là del bene e del male, siamo nel territorio Neutro del vivere, là dove le carte del gioco si scozzano con movimenti diversi: “Ora don Miguel leggeva il suo cuore nel profondo. La gioia era sé e il suo contrario. Era se stessa e tutto il resto. La gioia era dolore”.

Il fattore personale è tanto più radicalmente personale quanto più si discosta da questa fonte, spesso equivoca, per approdare al puro paradosso, e generativo: la gioia è dolore. E viceversa.

San Giovanni della Croce superò l’ascetica tradizionale proprio arrampicandosi sul paradosso del “nada, nada, nada…” e, da quella Voce che grida nel deserto, il Tutto, oltre il deserto.

 

La metafisica come racconto dell’Inizio

D’altra parte, non si dà forma di vita che non sia narrazione. Ciò non confligge con l’essenza della metafisica, perché anche la metafisica, da Omero con la sua oralità incantata a Severino, è racconto dell’Inizio (e dell’Eterno): “I suoi racconti erano la vita e le cose di cui parlava erano il mondo”.

C’è la presenza, dolce e straniante, ancora una volta dell’Altro: un racconto nuovo, a nostra disposizione, titolo: Un altro mare. La dedica al nonno, che Guzzo pone in cima al pinnacolo della sua narrazione, non trasuda retorica, perché al metafisico non garba la retorica, anzi la scansa, talvolta con imbarazzo, non privo di disincanto rigenerante.

La chiave antica, ancestrale, omerica emerge con nettezza disarmante: “L’uomo fece accomodare i suoi ospiti all’aperto, sotto la pergola, e si sedette su una pietra del selciato, una di quelle pietre parlanti che esistevano da molto tempo prima di lui. Volle guardare gli altri uno per uno, per essere sicuro che fossero pronti e capissero… “Parlaci dell’America, vecchio…” L’uomo aveva rinunciato da tempo al voi, che nel villaggio si usava in segno di rispetto, e non provava nessuna vergogna a sentirsi chiamare vecchio. Per lui era un titolo d’onore, come signore o don, e anche meglio, perché lo attribuivano a chi aveva vissuto. “Parlaci dell’America, vecchio…” Il vecchio cominciò a parlare con la voce lenta, che odorava”.

Suoni, sapori, odori, membrane dell’esperienza umana, fare il verso agli antichi pudori, bocciando la retorica all’esame finale, ecco tutto. C’è sempre un fondo di incanto e di ulteriore in ogni avventura: “All’America chiedevo molto di più che i soldi per vivere dignitosamente”.

Come tutti noi, vogatori nell’oceano della vita agra e meravigliosa: un quid pluris, come nel più in là dei versi arcaici di Montale, il puzzle non c’è più, solo un arazzo rovesciato.

Non dobbiamo aspettarci soluzioni psicologiche, dettate dall’analisi del comportamento, della personalità, questo niente inscatolato come il tonno nei supermercati: una domanda necessaria: “Che gente era laggiù?”.

Una risposta inaudita e paradossale: “Era gente semplice. E onesta… Nei quartieri più poveri di notte dormivano con la porta aperta. Era gente dura, ma compassionevole. Pura, come i cavalieri antichi”. I cavalieri antichi, duri e compassionevoli.

Non c’è carità pelosa, non esiste il pasto gratis, richiama tutto ciò un candido e geniale pensatore, Romano Guardini, che, nelle sue Lettere sull’autoformazione, sente il bisogno d’un tratto di inserire L’uomo cavalleresco, sesta lettera, avendo scritto, nella quinta, che la precede, della preghiera. Ideale esegesi dei momenti della metafisica narrativa scandita dal vecchio, non trovo altra maniera per darne ragione.

“Per strada il più forte guardava dritto in faccia e il più debole abbassava gli occhi. Il più forte passava per primo, il più debole cedeva il passo e cercava di nascondere la vergogna. Era gente malinconica, di una malinconia che nasceva nel sangue. Ma sapeva essere felice come nessun altro. Era gente affabile, cortese con tutti. Ti salutavano senza conoscerti, e se acquistavano appena un po’ di confidenza diventavi un compare e potevi chiedergli di tutto”. L’uomo cavalleresco, todos Caballeros. Finché metafisica ci sostenga, passo dopo passo.

La Via del Mare

E’ la Via del Mare, a ben vedere: “Il mare era lui stesso – vecchio burbero egoista – la sua anima spiegata senza confini… Non credeva neppure che dal mare si potesse imparare qualcosa. Come dalla vita degli uomini, d’altronde. Dentro il mare c’era tutto e il contrario di tutto”.

Anche l’amore segue una curvatura che sembra non rendicontare la tracotante presenza della personalità: “Lei era sua moglie: non era più bella o tenace delle altre donne, ma aveva il dono di farsi amare…”. Il passivo-attivo: un dono, una grazia, leggerezza poderosa ed efficace: lasciati amare, perché tu sai come, mia adorata sposa…

Al di là dell’etica, trovi gli ormeggi giusti, che riportano alle piazze popolate, mai affollate, di persone che ascoltano e dialogano, il sàpere che è gustare, oltre la tentazione, assai poco incantevole, del sapere: ecco i comandamenti della vita, che guardano al sàpere, al gustare:
“Di’ il vero, Non deviare, Resta fedele, Mantieni le promesse: sono i comandamenti della vita. Se li infrangi non scende nessuna punizione, nessun fuoco dal cielo. Semplicemente perdi il gusto di vivere”.

Dio ti lascia fare, forse, ma l’inferno è creazione tutta umana, fratello, che i tuoi giorni siano edificati su questa verità.

Nel racconto In fede, Ahab, leggiamo: “Bisogna navigare. Vivere e navigare. Come a un dato momento bisogna morire. Ed è meglio morire navigando”. I marinai riparano l’imbarcazione, mentre si trovano in mare aperto, ecco la conditio humana.

 

Il “padiglione” metafisico

Quale spazio, in questa apertura infinita di mare, per la stabilità?
“Non riesco, e Dio mi salvi, a provare sentimenti duraturi. Da troppo tempo la mia anima somiglia a un padiglione da esposizione. Ogni sensazione vi ha trovato ricovero: un attimo di pace nella sua eterna diaspora di idea platonica. Si accampava ed era vera per quell’attimo, quel preciso e fuggevole allineamento di astri”.

Ecco il “padiglione” metafisico: apertura suprema alla ricerca, nella densità di risposte che mai saziano l’anima, ma che, nel corso della vita, alimentano nuove domande. Tutto si tiene, nel vivere interrogato e stabilito al di là di presupposti ottusamente veritativi.

La lezione è, ancora una volta, antica, Aristotele l’ha scaraventata sul terreno della nostra civiltà: “La meraviglia è di chi sa coltivarla”. Il racconto che incorpora, come un dispositivo attraversato da traiettorie di forza del tutto nuove, è proprio quello che regala il titolo al libro: Le radici del mare.

A questo punto, il libro risale la china dei fondamenti e sembra stemperarsi in ulteriori prove narrative, due racconti – Il vento se ne infischia e La risalita -, sommessamente imperiosi, quasi a profetizzare ciò che giace nella piega di ogni anima: “Ed eccola, improvvisa, la grandezza. Era come una botta in testa o un senso incontrollabile di ubriachezza. Lo invadeva dalle narici e dalle orecchie. Era come vedere la luce per la prima volta. Un’espansione istantanea dell’anima. Lord Hatch se ne riempiva i polmoni. L’assaporava. La grandezza, e uno smisurato potere di vita o di morte sul mostro e il suo smisurato potere”.

La vicenda di una risalita. Ogni dettaglio cerca la sua voce nuova.

Del resto, vivere è “smazzare” la vita, come nel gergo popolare si dice e ripete: talento e pelle dura, altrimenti, che campi a fare?

Il racconto La preda scarta dalla narrazione fin qui sostenuta, riemerge l’Altro nel Medesimo: “Considerò l’eventualità di aver sbagliato tattica. Capitava sempre così. Prima di capire doveva sbatterci la testa. Fracassarsi il muso e dal dolore di qualche dente caduto capire. Chissà per quanto, poi, chissà fino a che punto. Fare la cosa giusta è il mestiere più difficile del mondo. (…) L’aveva sempre pensato. Bisognava avere talento o la pelle dura, per rialzarsi ogni volta dopo l’ultimo errore”.

Il racconto finale, Un tono d’azzurro, rilancia la potenza sostanziale della Causa Prima della vita e del vivere, sia quel che sia, minore, medio o maggiore (e chi lo stabilisce, poi, in definitiva?).

Un personaggio, strambo e impagabile, diventa di schianto un filosofo presocratico e affonda il colpo: “Se uno ci pensa, sembra impossibile spiegare una vita e tutte le cose che ci stanno dentro: come succedono, perché succedono e perché succedono proprio allora. Invece non è difficile, non più difficile che spiegare qualsiasi altra parte del mondo. Basta trovare il modo giusto,la metafora. Per me la mia vita si spiega col mare”.

Poi è lo stesso presocratico in sedicesimo a ridurre la portata del suo discorso: “Il mare, il cielo, la luna e le stelle non esistono: sono pensieri. Sono i pensieri di quelli come me, che non tengono niente a che fare”. Felice riduzione, nessun tono minore, il tono, in fondo, fa la musica.

I confini della terra:  il nulla o l’infinito

I confini della terra sono anche limiti? Domanda metafisica, se mai ve ne furono, la vexatissima quaestio di Kant: “Di fronte all’universo che si estendeva senza meta provarono un desiderio irresistibile di essenza, una sete bruciante di tornare al principio. Il nulla o l’infinito, solo per questo c’era spazio nella sua vita. Fuori dall’eccesso, lontano dagli estremi, non era più vita: una pallida copia, semmai, una farsa pietosa marchiata dal rimpianto, stravolta dalla follia del fallimento. E lui, inutile negarlo, aveva fallito”.

Borges, l’uomo che vide più parole di qualsiasi altro essere umano, se la ride, benignamente: già, masticherà così, sornione, l’alchimista hidalgo argentino: questo è un libro metafisico, impastato con quella “sete bruciante di tornare al principio”. Al Principio.

 

Leonardo Guzzo, Le radici del mare, Italic, Collana Pequod, Ancona, 2015, € 15,30 (acquistabile sul nostro sito: www. praticamente-pensando.it).

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