Quel singolare “chicco di grano”

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La metafora del chicco di grano, ovvero pensare altrimenti

“Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo, se invece muore, produce molto frutto”. (Gv 12,24)

I Vangeli sono una miniera di simboli, metafore, analogie, discorsi che rimandano ad altro. A qualcosa di altro da noi, eppure così radicalmente vicino a noi. Il “chicco di grano” è una metafora-simbolo sottile e vigorosa, al tempo stesso: richiama alla morte e alla vita, nel medesimo contesto.

Com’è possibile ciò? Com’è possibile richiamare così nitidamente la morte alla vita?

Per capire il nesso, basta guardare alla nostra vita, alla nostra esistenza, a quel cammino che, come dice il poeta, noi ogni giorno inevitabilmente facciamo, portiamo innanzi.

Qualche esempio, per addentrarci meglio in questa selva delle somiglianze (e delle differenze):

  1. Hai perso il lavoro. Avevi – prima – una certa condizione, che ti permetteva non solo di vivere, ma di sentirti parte di una comunità, di un insieme più grande destinato ad abbracciarti, ora ti senti un altro: non ci sei più. O, almeno, questo è ciò che sentipensi. E sentendo-pensando ciò, in realtà stai perdendo il succo della questione, perdi la res, la “cosa”, l’oggetto della vicenda. E’ come se volessi leggere una storia perdendone il plot, e il plot dà ordine alla narrazione. Sei dunque perso nei tuoi pensieri e nel mare magnum delle tue emozioni. Non vedi il punto, la cosa che ti riguarda: tu sei quel chicco di grano. La vita è fatta di morti e resurrezioni e ciò che lasci andare – sempre il Vangelo: lascia che i morti seppelliscano i loro morti – è ciò che ti salverà, in seguito. Ma tu questo – ora  non lo sai. Pensi solo alla morte sociale, alla perdita dell’approvazione sociale, che Robert Cialdini, il guru della comunicazione sociale e strategica, pone come il primo livello della socialità umana, e il resto non c’è. Guardi gli alberi, anzi il tuo albero, e non vedi la foresta. La foresta, il contesto globale, che rappresenta la vita, ti sta dicendo la stessa verità del Vangelo: per rinascere, occorre prima morire. E’ il ciclo delle stagioni, della crescita, del passaggio evolutivo, perfino della storia, oggi tocca a te. Lo hai già passato, ma oggi ti sembra insormontabile e inaccettabile. Eppure, si tratta della legge della vita: il “chicco di grano” deve cadere in terra, morire e far nascere la pianta. Non ci sono ricette per capire, accettare, sopportare, c’è una strada, però, che viene prima di ogni altra cosa: la consapevolezza.
  2. Hai perso un caro, tuo padre, tua madre, un amico importante: di nuovo, nasciamo soli, documentando la nostra nascita con un vagito, all’uscita dal grembo di nostra madre, e moriamo soli. Ogni distacco è morte, ma la memoria e spesso la rinascita della consapevolezza per certi motivi dominanti lasciati poi cadere – quel certo modo di essere del babbo, quella visione del tuo caro amico…- può riemergere e ridestare un nuovo inizio. La vita è sempre un nuovo inizio. Più rimuovi il lutto e il dolore e più ne sarai perseguitato, perché ciò che contrasti, inevitabilmente cresce. Come scrive Vadim Zeland, diventa un “pendolo”, che succhia la tua energia creativa e generativa. Devi passare di là, ma devi oltre-passare quella morte, per farne un laboratorio di nuova vita. Ciò che domina in alto, domina anche in basso: basta saperlo, esserne consapevoli. Il resto si capisce vivendo e facendo. Agire sulla base di una nuova consapevolezza è la pratica coerente che si snoda come pura intenzione. Rinascita non facile, ma (semplicemente) assicurata.
  3. La crisi, il passaggio di fase che chiamiamo “crisi”: Yin/Yang, secondo il filosofo cinese Lao-Tzu, bianco/nero, alto/basso, la vita si snoda così. Il grande Eraclito, filosofo presocratico del VI sec. a.C., metteva in campo un altro simbolo, di rara potenza espressiva: il fuoco. Il fuoco brucia ma purifica, nello stesso tempo: il lògos della vita, il senso, in altri termini, della vita, è tutto qua: bruciare il male per far rinascere il bene. Ogni passaggio storico è dunque “crisi”, che venga dichiarato tale o meno. Perché “crisi” è anche scissione, rottura di un ordine, taglio netto del nodo di Gordio, per un nuovo riallacciamento dei fili dell’alta tensione del vivere: è l’ingegneria metafisica della vita che lo prescrive, come una salutare terapia.

 Pensare altrimenti

Non possiamo leggere la realtà guardandola direttamente negli occhi. Spesso non è possibile. Troppi rumori, troppa confusione, troppo caos non danzante, troppa furia sociale. La vita si presenta, morbida o dura (sempre Yin/Yang), in varie forme e modalità, deve essere attraversata e mai giudicata in termini moralistici. Non c’è alcun “accanimento terapeutico” della vita nei nostri confronti, la vita accade, è un avvenimento. Sta a noi scegliere se seguirlo e viverlo con lo stupore di cui parla Aristotele nei primi paragrafi della sua Metafisica o abbandonarci all’autosabotaggio con tanto di vittimismo e risentimento al seguito. La vita può anche essere una verifica costante di questo originario stupore: basta dare credito a questa possibilità. Ciò che è reale inizia nel seno della possibilità, ossia nel nucleo microscopico di un “chicco di grano”.

 

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