Praticamente Pensando - Filosofia in azione

Il pensiero è la prima leva strategica della vita. Noi la chiamiamo “filosofia”. E tu puoi prenderla così: è la strategia che ti insegna a pensare, ti aiuta ad agire e a disegnare la vita che desideri. 

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Elogio di Lorenzo Orsetti

    Chi è Lorenzo Orsetti

Lorenzo Orsetti, fiorentino di 33 anni, morto in Siria combattendo, al fianco delle milizie curde comuniste (PKK), contro l’Isis. Lascio a lui la parola.

“Ciao, se state leggendo questo messaggio significa che non sono più in questo mondo. Beh, non rattristatevi più di tanto, mi sta bene così. Non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà Quindi, nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo, e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio. Vi auguro tutto il bene possibile e spero che anche voi un giorno (se non l’avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo cosi si cambia il mondo. Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza. Mai! Neppure per un attimo. Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, e di infonderla nei vostri compagni. È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve. E ricordate sempre che «ogni tempesta comincia con una singola goccia». Cercate di essere voi quella goccia. Vi amo tutti, spero farete tesoro di queste parole.
Serkeftin!
Orso,
Tekoser,
Lorenzo”

“Partiamo in fretta e furia, del resto in accademia c’è stato insegnato che in un minuto e mezzo dobbiamo esser pronti a tutto. Mi ero fidato di Livemap, credendo fosse Marashidah l’ultima città rimasta, invece scopro che è a Baghoz che si chiuderà questa storia. Ci ritroviamo nel solito quartier generale, a fianco dell’hotel dismesso nel centro di Hajin. Mangiamo e beviamo con i comandanti, mentre c’illustrano i progressi fatti su un tablet. Neanche il tempo di finire che entra Marwuan: “Allora noi andiamo”, dice al comandante di zona. Colgo l’occasione al volo: “Posso andare con loro?”, domando. Si scambiano un’occhiata, poi Marwuan fa cenno di sì con la testa. «È stato facile a ’sto giro», penso tra me e me. A volte c’è una sorta di atteggiamento protettivo nei confronti dei combattenti internazionali e spesso raggiungere le prime linee è un vero e proprio calvario. L’avanzata è fissata per la notte del giorno dopo. Giriamo in macchina appena fuori da Baghoz. Facciamo più viaggi, caricando e scaricando tonnellate di munizioni, distribuendole equamente ai vari gruppi. Il giorno dell’attacco ci ritroviamo con diverse altre squadre, in un ampio cortile al riparo tra due case. Guardo i nostri: molti sono giovanissimi, appena freschi d’accademia, alcuni ragazzi arabi sono truccati col mascara e portano strani ciuffi simili alla moda emo di qualche anno fa.

C’è una certa estetica che c’accomuna tutti, ma ognuno indossa pezzi di uniformi diverse e kefieh dei più svariati colori. Sembriamo l’armata Brancaleone. Siamo bellissimi. Questi ragazzi stanno andando a combattere contro gente spietata, organizzata, e spesso addestrata in Occidente, eppure nessuno di loro mostra il minimo segno di paura. Il morale è forte: si balla, si canta, e si bevono ettolitri di çai. All’imbrunire ci raggruppiamo tutti davanti a un grande solco scavato da un bulldozer. Oltre quella linea è tutta zona Daesh. La grossa ruspa blindata ci precede, il nostro autista la segue, ben attento a restare sulle tracce dei cingoli visto che tutta la zona è minata. Avanziamo così diverse ore, prendendo più di mezza città. Sono le quattro di notte quando Daesh passa al contrattacco. Sentiamo le loro grida: “Allah Akbar!” e vediamo le scie dei razzi che vengono sparati. Alcuni proiettili arrivano nella nostra direzione. Vediamo gli Humvee ripartire a tutta velocità, e pure a noi viene ordinato di ritirarsi. I più si ammassano sugli Humvee come meglio possono, ricordandomi le foto di alcuni autobus in India stracarichi di gente. Corriamo al buio più completo, con tutta l’attrezzatura pesante, con il sibilo dei proiettili che passa sulle nostre teste, cercando di rimanere sulle tracce del bulldozer, perché tutto intorno è minato.

Ci riuniamo tutti qualche casa più in là. Abbiamo pochissime coperte, così dormiamo ammassati gli uni sugli altri per via del freddo. Daesh intanto si è ritirato, e c’è da andare a recuperare i corpi dei compagni caduti.In pochi giorni prendiamo praticamente tutta la città. Nel paese appena fuori Hajin i bambini rincorrono le nostre macchine. Gli lancio dal finestrino tutte le merendine e le bottigliette d’acqua che abbiamo; in cambio riceviamo grandi sorrisi e gridolini di gioia. Ma la sorpresa più grande deve ancora arrivare: ha piovuto molto in questi giorni, e quando raggiungiamo il deserto fatico a riconoscerlo. Un sottilissimo strato d’erba lo ricopre per intero, disegnando una distesa verde che si perde all’orizzonte. I miei occhi si riempiono di quell’oceano dal colore brillante. Lo guardo assorto, incredulo, come fossi al cospetto d’un miracolo”. (Fonte: https://www.lanazione.it/esteri/lorenzo-orsetti-1.4498156)

Il coraggio nell’ età post-eroica

Detesto la retorica un tanto al chilo, la lascio ai tromboni politicanti che spingendo monomianacalmente sull’unico tasto che circola nel loro cervello, infestano i salotti televisivi. Mi interessa lo spessore umano e la grandezza. Scrivo su Lorenzo Orsetti, non perché condivida i suoi ideali o per qualche ragione ideologica, ma per un’affermazione che ha fatto scattare un clic nella mia testa: “Quindi, nonostante questa primatura dipartita, la mia vita resta un successo”. Chi ha la forza umana, spirituale, etica di affermare una cosa del genere è un vero uomo. Un uomo di ceppo antico, a tutto tondo. Uno che se ne sbatte dei criteri mondani, della cuccia ben riscaldata del cane e delle crociere con l’offerta speciale, ma afferma con vigore e con l’azione ciò in cui crede.

Nella sua lettera, scritta, tra l’altro, in un magnifico italiano, c’è tutto il vigore di un io asciutto e robusto, attraente perché fermo in ciò che la cascata di nulla urbano postmoderno definirebbe pericoloso: questo è il vero potere. “La mia vita resta un successo”. Perché non l’ho affittata, la vita, ai cerimoniali dei social o alle app da scaricare per ricevere il premio, o al nullismo dei festaioli adolescenti “gretini”, fan di una Pippi Calze Lunghe post-tutto, Greta e qualcos’altro, che non ricordo, perché non ha peso, appunto.

Il cuoco fiorentino non sarà l’eroe dei due mondi di questo tempo, ma certo è uno che ha raschiato il fondo dei miei pensieri, un avventuriero attivo, non un passivo complice di tutto il male e infine incarognito contro chi, appunto, ha successo. Lorenzo può scriverlo a chiare lettere: “La mia vita resta un successo”. Difficilmente troveremo truppe di complemento disposte a sputare su questo paradossale e inedito successo, ma di successo comunque si tratta. Che la terra del cielo ti sia lieve, camarade.

Praticamente Pensando