Praticamente Pensando - Filosofia in azione
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Contro il pensiero positivo, per una concreta positività. Argomenti filosofici

“Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può”. Carmelo Bene

Cos’è il “pensiero positivo”?

Circola da decenni, con tanto di scuole e guru di riferimento, come tutto ciò che viaggia alla velocità del Web, anche se proveniente dall’età vittoriana, ha la capacità di funzionare sul mercato. Ergo, la sua efficacia dovrebbe decretare la sua verità. Ma l’efficacia non è la verità. Ciò che è efficace produce un effetto, è un evento che sposta la fisiologia e la realtà che impatta, ma non per questo si tratta di verità. Molti grandi fenomeni nella storia hanno avuto un impatto enorme, ma fondando la loro efficacia sulla forza e sulla trasmissione di una potenza/volontà organizzative perfette – dal nazismo al comunismo, tanto per restare nel secolo passato, per niente breve, contrariamente a quanto sostenuto dallo storico Eric Hobsbawm -, dunque non avendo a che fare né con la coerenza logica né con la verità.

Anzi, la nostra civiltà si è sempre ben guardata dall’accettare passivamente l’invasione trionfante della forza, privilegiando la risposta razionale e spirituale, insieme, ciò che il filosofo Imre Toth ha sintetizzato in un leggendario No!

Ciò vale per ogni fenomeno che assuma i connotati assolutistici dell’ideologia, come fosse più la catena di trasmissione di un comando che la creazione di un nuovo luogo del pensiero. Il “pensiero positivo” appartiene a questa dimensione ideologica: è la costruzione di un’immagine della realtà che sostituisce progressivamente l’interezza dei momenti, movimenti e sviluppi della complessa, misteriosa e articolata esperienza umana.

Il pensiero si autodefinisce – e, dunque, auto-delimita – come “positivo”, perché la sua intenzione non è più quella di pensare la realtà per quel che è – tra grandezza e miseria, luci e ombre, alti e bassi, nella sua complessità non riducibile a schemi prefabbricati -, ma è quella di sussumere, ossia porre sotto la sua egida, tutto il reale, l’intera umanità, sradicando quest’ultima dal contatto con ciò che la rende ciò che è, appunto umanità. Il più grande filosofo della modernità, G.W.F. Hegel affermava che “il vero è l’intero” e si tratta di una verità irriducibile a qualsiasi altra operazione ideologica: è vero solo ciò che è autenticamente “concreto” e questo aggettivo qualificativo “concreto”, tra i più equivocati e banalizzati, deve essere compreso fino in fondo.

E’ “concreto” solo ciò che con-cresce (cum-crescit), che cresce insieme a tutto il resto, che si sviluppa, attraversando la “fertile bassura dell’esperienza” (Kant): la mia “concretezza” individuale è data dal mio essere quel che sono, ora, all’interno di tutto ciò che sto vivendo, ora. E io non vivo solo il lato “luminoso” delle cose, ma anche l’autunno dell’infinita fatica di essere uomo, la polvere delle umiliazioni, la forza morale e spirituale dei grandi progetti. Tutto questo sono Io! Il mio NO! a ciò che riduce la grandiosa complessità e la conquista dell’individuazione, che mi rende autenticamente soggetto e attore della mia storia, non è frutto di una reazione rabbiosa, ma di un lucido pensiero che vuole accedere a tutto ciò che è reale. “Voglio tutto”, esclamava Teresa di Lisieux: perché? A causa della radicale accettazione della notte oscura e della luminosa radura infiammata dal lume del vero incontrato e sperimentato: non c’è pienezza di vita autenticamente umana senza questo dinamismo generativo.

La positività del reale e della mia vita è retta dalla coscienza di essere amato e di avere la chance di dire sì oppure no a tutto questo. Non c’è strada che non sia l’esatta individuazione di un percorso rivolto all’interezza dell’esperienza che concretamente – come sopra esposto – rimanda a qualcosa di più grande di noi. Questa è l’origine positiva anche di ciò che positivo non appare, a condizione di non delegare ad altri la decisione cruciale di attraversare la radura terrena e il deserto dei significati, per giungere, infine, ad un punto sorgivo di nuova verità su di noi e sulla nostra storia. E’ un percorso, ad un tempo, umano e spirituale, fondato sul concreto porsi delle nostre decisioni, delle nostre azioni e delle nostre riflessioni, una catena che rende ferma l’intenzionalità orientata al bene, al bello e al vero.

“Positivo” è l’essere in ogni sua manifestazione, anche la più dolorosa, ma non per una distorsione cognitiva o per un’accento di sguardo da visionari. Semplicemente perché l’essere è quel che è, si dà, emerge e riflette quel che è nel suo darsi: io sono quel che sono e mi offro al mondo così, ciò rende “positiva” la mia presenza nel mondo. “Positivo” è ciò che è “posto”, questo dice l’etimo, in realtà, non ciò che devo leggere come facile viatico alla soddisfazione dei miei bisogni o desideri: e l’essere non ha bisogno delle lenti rosa per darsi per ciò che è. Troppa luce abbaglia, affermava Pascal, con profonda dedizione alla verità umana. E, quando l’abbaglio è giunto al suo punto culminante e viene poi diffuso come una chiara visione della realtà psicologica e spirituale dell’uomo, allora esso diventa ideologia. E non sfuggirà, a questo punto, che di ciò si tratta, nel caso del “pensiero positivo”.

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